incipit
Dissesto: gli enormi costi del mancato intervento pur conoscendo la fragilità del Paese
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Il costo delle calamità:
358 miliardi in 80 anni
di Umberto Mancini
Dissesto idrogeologico:
un piano strutturale
di manutenzione per il territorio
di Emanuele Imperiali
Quella ricostruzione guidata
dai Comuni e dalla buona Politica
di Luisa Grion
Italia più sicura:
fare prevenzione è anche una grande leva economica
di Erasmo d’Angelis

Dissesto: gli enormi costi del mancato intervento pur conoscendo la fragilità del Paese
Il nostro territorio è una risorsa inestimabile: prendiamocene cura
I costi delle calamità, la mappa dei rischi e gli interventi da mettere in campo per difendere e valorizzare il nostro territorio
Conto salato per terremoti, alluvioni e frane Paghiamo una “tassa occulta” di circa 8 miliardi l’anno
Accorpare le competenze, cabina di regia unica e utilizzare al meglio le risorse disponibili: un salto di qualità per investire di più nella sicurezza
Il 94% dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico: 7.500 realtà in cui vivono oltre nove milioni di persone
Uno dei fattori del successo del modello Friuli fu la scelta di delegare il potere dallo Stato centrale alle autonomie locali
Come la ricostruzione del 1976 ha anticipato l’edilizia contemporanea - Il sistema antesignano di concetti oggi centrali
Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni
La Comunità friulana reagì nel 1976 con orgoglio; la ricorrenza del terremoto e la capacità di stare uniti
Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni
La ricostruzione come scelta continua, non come ricordo “Adattarsi alle esigenze rinnovate del territorio e delle persone”
“Le differenze fra le comunità non devono essere percepite come un ostacolo, ma come una risorsa da mettere a sistema”
La visione e la direzione del cambiamento
Reti, transizioni e responsabilità operative. Le infrastrutture come leva di trasformazione
Casa, comunità e nuove fragilità. Costruire il presente con responsabilità e cura
Confronto a tutto campo promosso dall’Associazione regionale su investimenti e sviluppo oltre la scadenza del Piano
A Savona prima tappa della quarta edizione di Città in Scena Diciotto i progetti presentati tra la Liguria e il Piemonte
Un’intesa per rispondere ai bisogni della collettività: il convegno presso la sede dell’associazione, con il ministero dell’Istruzione
I primi risultati del progetto Thamm Plus nato dall’intesa tra Costruttori, Associazione Centro Elis, Cesf di Perugia e Formedil
Il convegno organizzato dall’Ance in collaborazione con Assimpredil la questione urbana sfida essenziale per la crescita del Paese
Uno studio, patrocinato da Cqop-Soa, sulla riforma europea degli appalti pubblici con la collaborazione di Ghent University, Johns Hopkins School of Advanced International Studies e Politecnico di Tor
Soglie, innesti e continuità di percorso nel riallestimento del Museo archeologico nazionale di Aquileia
È tra gli esempi innovativi dell’impiego delle più moderne tecnologie esistenti per rendere più sicuri gli edifici esposti al rischio di terremoti
incipit
Dissesto: gli enormi costi del mancato intervento pur conoscendo
la fragilità del Paese
Il dissesto idrogeologico è uno dei problemi strutturali più gravi del territorio italiano. Non si tratta di emergenze occasionali, ma di una condizione cronica che accompagna la storia del paese da decenni. Frane, alluvioni, smottamenti e colate di fango si ripetono con regolarità quasi annuale, trasformando piogge intense, eventi naturali, in disastri annunciati. Il risultato è un paradosso italiano: conosciamo perfettamente la fragilità del territorio, ma continuiamo a intervenire più dopo le tragedie che prima che accadano.
Per sensibilizzare sul tema abbiamo deciso di dedicargli particolare attenzione in questo numero di AnceMag, grazie anche all’inchiesta “Italia, oltre il dissesto”. La rivista dei costruttori offre un significativo spazio al cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli. Devastante evento naturale, dal quale la comunità locale seppe trarre forza per ridisegnare con coraggio il proprio futuro, così come i protagonisti della filiera del costruito, insieme alle istituzioni nazionali e locali – doveroso ricordare la tenace opera del ministro Giuseppe Zamberletti, Commissario straordinario del dopo sisma e “padre” della Protezione Civile italiana e il ruolo della Regione a Statuto Speciale del Friuli-Venezia Giulia – ricavarono utili insegnamenti, che contribuirono a dar vita al “Modello Friuli”, ancor oggi studiato e replicato anche all’estero. Pagine dedicate, quindi, a quello che possiamo definire un paese strutturalmente fragile, qual è la nostra cara Italia. I dati ufficiali delineano un quadro inequivocabile. Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), il 94,5% dei comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico, tra frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera. In termini assoluti significa 7.462 comuni su 7.896. L’ultima plastica e tragica rappresentazione di questa fragilità è legata all’incredibile smottamento di Niscemi, in Sicilia. L’elenco dei disastri naturali è, però, infinito. L’unica soluzione rimane nel modificare il paradosso italiano, non fermandosi alla conoscenza del fenomeno ma intervenendo con programmazione ed efficacia. Finis coronat opus. •
incipit
Il nostro territorio
è una risorsa inestimabile: prendiamocene cura
di Federica Brancaccio · Presidente Ance
Cinquant’anni sono passati da quel terribile 6 maggio del 1976 quando la terra tremò, sconvolgendo un territorio e spazzando via la vita e i ricordi di centinaia di persone. Una tragedia che ci colpì tutti come Paese, ma dalla quale grazie soprattutto all’impegno e alla grande forza di un popolo ci si è rialzati e si è tornati a guardare al futuro con grande forza e visione. Questo numero di AnceMag non poteva quindi che trarre ispirazione da quella drammatica esperienza che purtroppo in modi, tempi e luoghi diversi abbiamo dovuto rivivere più volte. Le analisi, i dati e le testimonianze che qui riportiamo grazie anche alla forza e alla lungimiranza del nostro sistema associativo sono un bagaglio importante del quale non possiamo che fare tesoro.
Il nostro territorio è una risorsa inestimabile di culture, professionalità ed eccellenze che ci rendono unici nel mondo. Ma anche molto fragile e bisognoso di cure. Non siamo secondi a nessuno in quanto a capacità di riparare i danni subiti e a rimboccarci le maniche per ripartire. A queste straordinarie qualità dobbiamo però saper affiancare anche la capacità di programmare e pianificare interventi di prevenzione e di messa in sicurezza del nostro territorio. In questa direzione abbiamo ancora tanto lavoro da fare. Le informazioni che abbiamo e che grandi esperti come Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi analizzano e che ringrazio vivamente per il grande lavoro svolto che traspare anche nell’ultimo volume- Fuori dalle emergenze- da loro realizzato e di cui trattiamo anche su queste pagine, devono potersi tradurre in politiche attive e in comportamenti virtuosi da parte dell’intero sistema Paese. Come Ance ripetiamo da anni, non c’è infrastruttura più importante che quella della manutenzione del nostro territorio. La nostra filiera è ricca di eccellenze, professionalità e tecnologie all’avanguardia che possono aiutarci a ridurre i rischi derivanti dalle calamità naturali non solo di natura sismica, ma anche idrogeologica. Ma per metterle in moto occorrono strumenti e risorse adeguate, come è emerso chiaramente nel corso dell’evento che come Ance abbiamo organizzato il 15 aprile al quale hanno preso parte i massimi rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo e della società civile che insieme a noi stanno animando il grande progetto di “Città nel futuro 2030-2050”. Poche righe non bastano per ringraziare tutti coloro che insieme a noi stanno promuovendo e provando a diffondere la cultura della prevenzione e dell’adattamento. Una grande squadra di cui Ance si onora di fare parte, che speriamo possa contribuire a scrivere una nuova pagina della nostra storia. •

l’inchiesta
Prevenire è meglio che curare
Un patrimonio da curare, difendere e rilanciare. Il territorio è una grande risorsa per l’intera comunità. Ma ha anche bisogno di una particolare attenzione. Soprattutto in un Paese fragile come l’Italia, dove la stragrande maggioranza dei Comuni non solo è esposta al rischio sismico, ma anche a quello idrogeologico. Senza contare gli effetti dei cambiamenti climatici, che sono già visibili oggi nelle cronache degli eventi calamitosi. Un quadro che abbiamo raccontato nell’inchiesta di copertina, spiegando puntigliosamente i costi della mancata prevenzione, ma anche facendo un passo in avanti, con i progetti messi in campo dal governo, anticipati nell’intervista al ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, e con le “buone pratiche” che pure non sono mancate in questi anni. A partire dalla ricostruzione del Friuli: sono passati esattamente 50 anni dal terremoto che sconvolse la regione. Ma la risposta dei territori, la reazione della comunità, i processi che hanno segnato la rinascita delle aree più colpite sono diventati un vero e proprio modello. Che conferma, ancora una volta, l’importanza della manutenzione del territorio. Perché, come recita il titolo della nostra inchiesta, “prevenire è meglio che curare”. •
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Il costo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni
Conto salato per terremoti, alluvioni e frane Paghiamo una “tassa occulta” di circa 8 miliardi l’anno
di Umberto Mancini



In alto, immagini dei danni e dei crolli provocati dai terremoti in Italia. In basso, la frana di Niscemi, che lo scorso gennaio ha colpito il centro siciliano

In Italia terremoti, alluvioni e frane non sono solo emergenze nazionali con un carico doloroso di perdite umane e materiali, ferite perenni che stentano a rimarginarsi. Sono anche una voce strutturale di spesa pubblica che negli ultimi anni è esplosa e che, secondo l’Ance, andrebbe trasformata in un grande piano di prevenzione, stabile e pluriennale. Urgente e di lungo respiro. Sono tante, purtroppo, le date che colorano la memoria e ricordano, a cadenza regolare, gli eventi più tragici che hanno colpito il nostro Paese, una per tutte, quella del sisma in Friuli, che 50 anni fa investì come uno tsunami un territorio fragile che seppe però rialzarsi con forza e determinazione grazie all’impegno delle popolazioni locali. Il dato che emerge di fronte al dissesto, alla carenza di interventi e di una programmazione attenta, è il conto salatissimo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni. Un dato che l’ultimo rapporto Ance-Cresme sul rischio del territorio fotografa, mettendo insieme, probabilmente per difetto, i danni dal 1944 ad oggi causati da terremoti e dissesto idrogeologico. Una “tassa occulta” che ha pesato in media per oltre 4 miliardi l’anno fino al 2009, salita a circa 7-8 miliardi nel periodo più recente (2010-2025). Dentro questa macro-cifra ci sono i grandi terremoti del Friuli, dell’Irpinia, de L’Aquila, dell’Emilia e del Centro Italia, ma anche le alluvioni ricorrenti in Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e nel resto del Paese. Un flusso continuo di stanziamenti straordinari, deroghe, commissariamenti che alla lunga finisce per drenare risorse a investimenti ordinari e programmazione urbana. Basti pensare ai fondi per far fronte alla frana di Niscemi, dimenticata per decenni e ora di nuovo prepotentemente tornata sotto i riflettori, o a quelli ben più ingenti per riparare i danni del ciclone Harry che ha spazzato le coste di Calabria e Sicilia con inaudita violenza. Incuria, impreparazione, sottovalutazione dei rischi sono sotto gli occhi di tutti. Testimoni muti di un declino che si può e si deve fermare. Se si guarda al solo capitolo sismico, lo Stato ha impegnato circa 248 miliardi per la ricostruzione dei danni provocati dai terremoti dal 1944 al 2023. Si tratta per lo più di risorse destinate a case, scuole, ospedali, infrastrutture, spesso erogate nell’arco di decenni dopo l’evento disastroso. Una logica emergenziale non solo molto costosa, ma che lascia interi territori in un limbo di cantieri infiniti, rallentando la ripartenza economica e sociale delle comunità colpite. La parola chiave per invertire la tendenza è sempre la stessa: prevenzione. Un concetto “dimenticato” che si estende al dissesto idrogeologico, la cui drammatica fotografia dei costi è altrettanto impietosa: dal 2010 a oggi la spesa per i danni da frane e alluvioni in Italia è triplicata, arrivando a quasi 4 miliardi di euro l’anno.
Un trend che Ance e Cresme collegano sia all’intensificarsi degli eventi estremi legati al cambiamento climatico, sia alla fragilità strutturale di un territorio in cui oltre il 90% dei Comuni è esposto a rischio idrogeologico, un record tutto italiano che nessuno ci invidia.
L’assenza di una manutenzione costante di fiumi, argini, strade e opere di difesa del territorio si traduce così in un crescendo di interventi tampone dopo ogni ondata di maltempo. Il paradosso è che molta di questa spesa avrebbe potuto essere ridotta con una politica di prevenzione puntuale e programmata. Soprattutto avviando quel dialogo costante tra articolazioni locali e Stato centrale che è alla base di una politica alta e visionaria in grado di prevenire invece che curare. Anche qui la dinamica è sempre la stessa: si tagliano o si dimenticano, in maniera più o meno consapevole, i capitoli di manutenzione ordinaria e quelli legati all’adattamento climatico, salvo poi dover correre ai ripari con miliardi di euro di risorse straordinarie dopo l’ennesima esondazione. Su questo fronte gli allarmi dell’Ance sono stati una sorta di mantra nel vuoto. Un appello per invertire il ciclo emergenza-ricostruzione, per compiere un definitivo salto di qualità. Visto che strumenti normativi, competenze tecnologiche, studi scientifici consentono di farlo. Proprio la presidente Federica Brancaccio l’ha ripetuto al convegno sulla Città del futuro che si è svolto a Roma. La messa in sicurezza del patrimonio edilizio, del territorio – è stato il ragionamento – non è solo un imperativo morale, ma anche un’operazione economicamente conveniente, perchè i costi della prevenzione sono nettamente inferiori a quelli della ricostruzione. Per questo l’associazione sollecita un piano pluriennale con fondi certi, una governance nazionale forte e un sistema informativo integrato che permetta di monitorare gli interventi su scala Paese. La richiesta in fondo è molto semplice. Quella di un cambio di paradigma culturale: spostare le risorse dagli indennizzi post-evento alla riduzione del rischio, a partire da scuole, ospedali, infrastrutture critiche e abitazioni nelle aree più esposte. L’idea è che ogni euro investito in prevenzione generi un risparmio multiplo in termini di minori danni futuri, minore interruzione dei servizi e minori costi sociali per gli sfollati, perdita di attività produttive, desertificazione dei territori.
Qualcosa, va detto, sì è mosso. Un tassello in questa direzione, ad esempio, è rappresentato dai nuovi finanziamenti per la prevenzione del rischio sismico nelle aree interne, che interessano i Comuni intermedi, periferici e ultraperiferici. Con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza strutturale e la resilienza dei territori più fragili, garantendo la continuità dei servizi essenziali e migliorando la capacità di risposta in caso di terremoto. Si tratta di risorse destinate a progetti di fattibilità tecnico-economica e interventi su opere strategiche, con graduatorie che tengono conto del livello di rischio, della vulnerabilità degli edifici e della perifericità dei Comuni. Tuttavia questi strumenti restano ancora troppo frammentati e intermittenti rispetto alla dimensione reale del problema. Senza una programmazione di lungo periodo, capace di mobilitare investimenti pubblici e privati e di agganciare anche misure fiscali per i privati, il Paese continuerà a inseguire le emergenze, accumulando nuovi miliardi di spesa per ricostruire ciò che non si è voluto mettere in sicurezza prima. Dietro le grandi cifre della finanza pubblica ci sono poi i costi meno visibili, ma non meno pesanti per famiglie e imprese. La distruzione di case e capannoni industriali come delle attività commerciali significa lo stop drammatico alla marcia del Pil, ma anche e soprattutto la fuga di giovani e del capitale umano dai territori colpiti. Interi centri storici, basti pensare all’Abruzzo, sono rimasti “impacchettati” per anni, con un impatto duraturo sul turismo, sul commercio, sulla percezione stessa di sicurezza che orienta le scelte di investimento. Un “prezzo sociale” delle calamità che l’Ance invita a mettere nel conto quando si discute di quante risorse destinare alla prevenzione. Il messaggio ai decisori, al legislatore, a chi ha cuore le sorti del Paese è chiaro: le calamità naturali in Italia non sono un’eccezione, ma una variabile strutturale con cui fare i conti in anticipo, se si vuole evitare che l’ennesima ricostruzione diventi un’occasione perduta per modernizzare davvero il Paese. •


Gli effetti delle alluvioni nelle aree rurali e nei centri abitati
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare


Le conseguenze dell’alluvione che nel 2023 ha investito Ischia
L’Italia è un Paese fragile e ha bisogno di un grande piano di manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico, spiega Federica Brancaccio, presidente di Ance, riprendendo i dati di uno studio fatto dall’Associazione Costruttori col Cresme, in base al quale «il costo dei danni da dissesto è triplicato». «La prevenzione costa meno degli interventi post-emergenza – incalza Brancaccio – ma servono competenze accorpate, una cabina di regia unica e la capacità di spendere le risorse disponibili». E indica il Pnrr come modello da replicare per efficacia, tempi certi e rafforzamento della capacità di spesa della Pubblica Amministrazione. Secondo il Rapporto Ance-Cresme, i costi economici sono esplosi e la spesa per danni da alluvioni e dissesto idrogeologico è triplicata dal 2010, arrivando a circa 3,3 miliardi l’anno. A fronte di questa incalzante emergenza, gli investimenti per ridurre il rischio idrogeologico in Italia tra il 1999 e il 2025 sono stati in media lo 0,05% del prodotto interno lordo. Dal 2019 in poi sono lievemente cresciuti, allo 0,11% del Pil. Con queste risorse sono stati finanziati quasi 28mila interventi. Nonostante l’urgenza di intervenire, mette in evidenza uno studio dell’Università Cattolica di Milano, solo il 46% degli importi riguarda opere concluse o in esecuzione, con forti differenze territoriali: al Sud, dove il costo medio per progetto è maggiore, la quota di investimenti in opere avviate o concluse è inferiore alla media. L’individuazione delle priorità passa dalla competenza del ministero dell’Ambiente alle Regioni, che assumono così un ruolo più centrale nella pianificazione degli interventi: quelle che, dal 1999, hanno ricevuto più finanziamenti in termini assoluti sono la Lombardia, 2,2 miliardi, la Campania, 2,1 e la Calabria 1,8. Trattandosi spesso di opere che richiedono anni per essere realizzate, il tasso di completamento dei lavori è più alto per gli interventi avviati più indietro nel tempo. Comunque, la regione con la più alta percentuale di lavori completati o avviati è la Liguria (68%), mentre all’ultimo posto c’è la Campania (solo il 30%). In generale, nelle prime dieci posizioni della classifica c’è solo una regione meridionale, la Sicilia, con il 50% degli investimenti per opere concluse o in esecuzione. Nel 2014 intervenne una significativa novità, fu creata una Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche chiamata “ItaliaSicura”, per il coordinamento e il monitoraggio degli interventi. Ed è grazie ad essa che la percentuale di interventi avviati o conclusi salì al 90% tra il 2015 e il 2020. Non lo stesso può dirsi quando nel 2019 fu approvato il Piano ProteggItalia, in quanto gli interventi programmati sono stati 5.103, corrispondenti a finanziamenti per 1,9 miliardi, ma di questi solo il 66% è stato avviato o chiuso.
Il Pnrr ha stanziato risorse aggiuntive per 800 milioni assegnate al Dipartimento della protezione civile, ma la percentuale di interventi avviati o conclusi è ancora bassa, un modesto 4,6%, cui corrisponde il 4,1% delle risorse. Ance e Cresme sono molto critici anche sulla riduzione di fondi nel Pnrr, in quanto le risorse per dissesto e alluvioni sono scese da 2,5 miliardi a 1,53, indebolendo ulteriormente la prevenzione. Secondo il Rapporto Ance-Cresme il 5,4% del territorio nazionale è ad alta pericolosità per alluvioni e sono esposte a rischio elevato 2,4 milioni di persone, 632mila edifici e 226mila imprese. L’Associazione Nazionale Costruttori denuncia lo squilibrio storico tra prevenzione e ricostruzione: tra il 1991 e il 2011 si spendevano meno di 500 milioni l’anno per prevenzione, contro diversi miliardi per i danni. E questa evidente ed inaccettabile discrasia persiste ancora oggi.
La distribuzione del rischio idrogeologico tra Nord e Sud non è affatto uniforme. Nelle regioni settentrionali, alcune province, come Venezia, Padova, Bologna, Ferrara, Genova e Rimini, hanno numerosi residenti esposti a rischio elevato di alluvioni e dissesto. I maggiori rischi derivano da alluvioni e piene fluviali, e spesso gli eventi sono associati ai grandi bacini fluviali, a cominciare dal Po e dai suoi affluenti, oppure ai dissesti legati a eventi di pioggia intensa. Nei territori meridionali esistono aree notevolmente esposte, come le province di Cosenza e Reggio Calabria, tra le più vulnerabili alle alluvioni, ma i rischi maggiori sono legati a frane e dissesti, più diffusi nelle zone interne. Nel Mezzogiorno, nella maggior parte dei casi, sono maggiori i costi sociali di questi eventi, mentre è minore la capacità di gestione.
In un paese strutturalmente fragile, il dissesto idrogeologico rappresenta uno dei principali rischi economici e sociali nazionali. Ecco perché l’Ance ha elaborato una proposta articolata per fronteggiarlo. Basata su alcuni capisaldi: un piano strutturale di manutenzione del territorio, una governance unica nazionale, una decisa accelerazione degli interventi e un salto di qualità culturale, dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione.•
L’evento Ance del 15 aprile
Un Piano per l’Italia. Ridurre i rischi, ridurre i costi: strategia e regia condivise per prevenire, adattare e mettere in sicurezza città e territori. L’evento, organizzato da Ance, con la direzione di Francesco Rutelli, nell’ambito delle iniziative legate alla “Conferenza Città nel futuro 2030-2050”, si terrà il 15 aprile 2026, nella sede Ance di via Guattani, 16 a Roma. Dopo il grande interesse suscitato dalla Conferenza organizzata lo scorso ottobre, nel trattare grandi temi strategici quali rigenerazione urbana, adattamento climatico, governo delle acque ed emergenza abitativa, arriva un nuovo appuntamento interamente dedicato al tema dell’adattamento climatico. Ciò anche alla luce degli eventi estremi che, purtroppo, negli ultimi mesi hanno colpito diverse aree del nostro Paese, confermando quanto la questione sia attuale e centrale per la sicurezza delle comunità, per la resilienza delle infrastrutture e la sostenibilità dei territori. Sarà un’occasione di confronto per istituzioni, enti locali, rappresentanti del mondo tecnico-scientifico e realtà imprenditoriali e per analizzare progetti, formulare proposte e contribuire alla definizione di strategie di azione condivise.•
Il 94% dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico: 7.500 realtà in cui vivono oltre nove milioni di persone
di Antonio Troise
”A febbraio abbiamo disposto un ulteriore stanziamento di 100 milioni di euro per progetti, subito cantierabili. Ora occorre accelerare ed evitare nuovi ritardi
”L’esperienza friulana contribuì a sviluppare un modello di gestione delle emergenze più efficace, che nel 1982 ha portato alla costruzione dell’attuale sistema nazionale di Protezione civile
Biografia
Il ministro Nello Musumeci è nato a Militello, in provincia di Catania, nel 1955. Laurea in Scienze delle Comunicazioni, giornalista pubblicista, bancario, è per due volte Presidente della Provincia di Catania, deputato europeo per tre legislature e Presidente della Regione Siciliana. Nel 2011 è sottosegretario al Lavoro ed alle Politiche sociali nel governo Berlusconi. L’anno seguente entra all’Assemblea regionale siciliana e diviene, con voto unanime, presidente della Commissione Antimafia. Nel 2017 è presidente della Regione Siciliana, sostenuto da una coalizione di centrodestra. Nel corso del suo impegno istituzionale, in materia di protezione civile, è Commissario del Governo per l’emergenza vulcanica sull’Etna nel 2001 e confermato Commissario per la ricostruzione l’anno successivo. È, tra l'altro, delegato per la crisi idrica nella Provincia di Palermo, per le mareggiate nell’Isola di Salina, per i gas tossici nell’Isola di Vulcano e Commissario del Governo nazionale per la lotta al dissesto idrogeologico in Sicilia. Alle Politiche del 2022 è eletto al Senato nel collegio uninominale di Catania per Fratelli d’Italia. Il 22 ottobre di quell’anno giura nelle mani del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare del Governo presieduto da Giorgia Meloni. •
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Quella ricostruzione
guidata dai Comuni
e dalla buona Politica
Uno dei fattori del successo del modello Friuli fu la scelta di delegare il potere dallo Stato centrale alle autonomie locali
di Luisa Grion


La sera del 6 maggio 1976 il Friuli andò giù, il terremoto provocò un migliaio di morti, distrusse 18 mila case, ne danneggiò 74 mila, 100 mila persone furono costrette ad abbandonare i loro paesi; il sisma devastò 5.500 chilometri quadrati di territorio, colpì 137 comuni e ne rase al suolo una quarantina. Il poco che era rimasto in piedi crollò alla fine di quell’estate, dopo una nuova serie di devastanti scosse fra l’11 e il 15 settembre.
Dieci anni dopo 17 mila case erano state ricostruite e oltre 70 mila riparate. La rinascita diventò un modello cui appellarsi davanti ad ogni catastrofe naturale, una risposta a quelle che erano state le disastrose precedenti esperienze, il Belice in primis dove proprio nel 1976, otto anni dopo il sisma che colpì la valle, 47 mila persone vivevano ancora nelle baracche. Ma l’esperienza virtuosa del Friuli non fu mai più riprodotta, se non in piccola parte.
E oggi quel sistema, quel modo di operare, è ritenuto quasi il frutto di una congiunzione astrale.
In realtà non ci furono miracoli dietro quel modello, ma una precisa strategia politica: la scelta di delegare il potere dallo Stato centrale alle autonomie locali. Ci fu un premier, Aldo Moro, che decise di affidare a una regione di indubbia fede morotea, ma quasi sconosciuta agli italiani (la sera del sisma il primo telegiornale che ne diede notizia parlò di una scossa «120 chilometri a nord-est di Venezia»), l’intera gestione delle risorse. Ci fu un commissario straordinario, Giuseppe Zamberletti, che smontò e rimontò la rete di comando affidando direttamente ai sindaci i poteri dei funzionari regionali e che convinse chiunque avesse avuto qualche dubbio (a partire dal vicepresidente Usa Nelson Rockefeller in visita sui luoghi del disastro così vicini alla base Nato e alla Jugoslavia di Tito) che l’unico modo di ricostruire era far sì che le persone vedessero dalle finestre di casa lo stesso scorcio di prima.
Ci fu un presidente di Regione, Antonio Comelli, che in tempi stretti varò un pacchetto di leggi, 300 decreti attuativi e 14 documenti tecnici per regolare ogni aspetto della ricostruzione, fornire gli strumenti ai sindaci e gettare le basi per l’uso delle risorse da parte dei privati. E che capì che la ricostruzione non poteva fermarsi alle case, ma doveva aggrapparsi alla cultura, tanto che fra gli atti di rinascita del Friuli ci fu l’istituzione dell’Università di Udine.
Ci furono i comitati dei cittadini e assemblee popolari che sostennero i sindaci seguendo passo passo la ricostruzione, praticando fra tende e baracche una politica che viene dal basso. Ci fu una Chiesa che si schierò da subito a fianco dei sinistrati, tanto che il vescovo di Udine Alfredo Battisti, durante la visita ufficiale in Friuli di Giulio Andreotti (subentrato a Moro al governo) si rifiutò di andare ad accogliere il premier perché era stato vietato ai comitati dei terremotati di incontrarlo.
Ci furono anche un sacco di soldi che piovvero sul Friuli grazie alla capacità di un architetto visionario, Luciano Di Sopra, di imporre una stima dei danni che tenesse conto di una ricostruzione antisismica. Fatto che oggi appare scontato, ma fu proprio in Friuli che per la prima volta si introdussero le reti elettrosaldate nel cemento armato. E ci fu l’eccezionale resilienza e capacità lavorativa di un popolo che seppe reagire da subito alla catastrofe e pretese, con i comitati, di essere parte attiva delle decisioni.
Non tutto però fu scontato: il modello Friuli nacque fra scontri e manifestazioni di piazza (storico l’aneddoto della signora anziana che per protesta scagliò il suo zoccolo contro Andreotti sempre nella famosa visita ufficiale). Dopo la scossa di settembre ci fu la necessità, non prevista in un primo tempo, di spostare prima dell’inverno 40 mila persone sulla costa fra Venezia e Grado, fra alberghi e seconde case temporaneamente espropriate. Non mancarono tensioni fra la Democrazia Cristiana al governo della Regione e il Partito Comunista all’opposizione, ma fu proprio la politica a dare respiro al modello grazie ad un compromesso storico che sulla ricostruzione diede i suoi risultati migliori.
Di tanta esperienza positiva cos’è rimasto oggi? «Il Modello Friuli – secondo Sandro Fabbro, urbanista, e professore di Urbanistica e Pianificazione dell’Università di Udine – non è replicabile. Allora eravamo negli anni Settanta, periodo in cui si reclamavano diritti ed attenzioni, in ambito internazionale la regione era al confine dell’alleanza atlantica, in ambito nazionale era la stagione dei conflitti sociali e del compromesso storico. Il rapporto fra Stato e cittadini era saldo e non c’era la disintermediazione dei corpi sociali e la tentazione dell’uomo solo al comando che oggi conosciamo. Il modello oggi è inattuale non perché impossibile, ma perché non esistono più le condizioni che lo hanno permesso. Detto questo è e deve restare un sistema verso il quale tendere, resta il modo attraverso il quale i problemi dovrebbero essere affrontati». •
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Dal modello Friuli al cantiere del futuro
Come la ricostruzione del 1976 ha anticipato l’edilizia contemporanea
Il sistema antesignano di concetti oggi centrali: filiera corta, coinvolgimento delle imprese locali, tempi certi, controllo dei costi
di Adriano Baffelli
La torre dell’orologio del palazzo comunale di Venzone, simbolo della ricostruzione.
La ricostruzione del Friuli dopo il terremoto del 1976 è considerata un laboratorio avanzato di politiche urbane e di gestione dei cantieri, anticipando molti capisaldi dell’edilizia contemporanea: centralità dei territori, filiera corta, tempi certi e controllo dei costi. In un decennio furono ricostruiti interi paesi, recuperato il patrimonio edilizio storico e rilanciato il sistema produttivo, dando forma al cosiddetto “modello Friuli”, indicato come esempio in Italia e all’estero. Giovane volontario, partecipai al dramma friulano operando in uno dei cantieri di Villa Santina, aggregato agli Alpini, protagonisti sin dalle prime ore di un generoso supporto alla martoriata comunità friulana. Oltre all’immensa distruzione, alle scene commoventi e alla grande solidarietà che abbracciò il magnifico Friuli, ho nitido il ricordo di una pubblicazione, ricevuta dall’autore con dedica, sulle prime fasi del post sisma. S’intitola: “Dal fronte del Friuli. Cronistoria di un alpino nei giorni del terremoto e della ricostruzione”, scritto da Gianni Passalenti per Chiandetti editore, con l’egida dell’Associazione Nazionale Alpini, prima edizione 1977. Ne parlo perché in quel libro, tra il resto, è scritto, in una pagina intitolata “...Demolire con oculatezza e ricordarsi dei centri storici”: «L’opera di demolizione è ormai cominciata... bisogna fare presto affinché il tempo e la stanchezza (soprattutto morale) non abbiano il sopravvento. Ma attenzione! Non lasciamoci prendere la mano. Qualcosa si può ancora salvare. Tanto si può rimediare. Non dobbiamo cancellare il volto e l’alito dei nostri paesi...». Parole che racchiudono uno dei concetti fondamentali che hanno ispirato il “Modello Friuli”. Un terremoto che cambiò il modo di costruire. È concorde, infatti, la considerazione che il sisma del 6 maggio 1976 colpì un tessuto urbano e produttivo in parte relativamente moderno, rivelando al contempo i molti limiti di un’edilizia allora poco attenta al rischio sismico e alla qualità costruttiva diffusa. La risposta non fu solo emergenziale: sin dai primi mesi si cominciò a progettare una ricostruzione che tenesse insieme sicurezza, identità dei luoghi e rilancio economico, secondo lo slogan “com’era, dov’era” declinato con criteri tecnici aggiornati. La Regione Friuli- Venezia Giulia, supportata dal Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, impostò un modello di governance che riduceva la distanza tra decisione politica, progettazione e cantiere, accorciando di fatto la filiera dei processi decisionali. Questo quadro istituzionale costituì il presupposto perché soluzioni oggi considerate “buone pratiche”, si pensi alla programmazione per fasi a alla semplificazione burocratica, potessero tradursi in risultati concreti in tempi relativamente brevi. Un altro aspetto rilevante concerne l’applicazione della filiera corta e il ruolo rivestito dalle imprese locali. Uno degli elementi distintivi del modello Friuli riguardò, infatti, la scelta di puntare sulle imprese del territorio, sia per la ricostruzione abitativa sia per il ripristino delle fabbriche e delle infrastrutture. La priorità data alla riapertura degli stabilimenti produttivi, sintetizzata nel principio “prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese”, mirava a trattenere competenze e manodopera in loco, trasformando la ricostruzione in leva di sviluppo e non in semplice risposta assistenziale. L’affidamento dei lavori a imprese locali ridusse i passaggi intermedi, contenendo i costi di logistica e coordinamento, responsabilizzando attori che avevano un interesse diretto alla qualità e alla durata delle opere. In questo intreccio tra comunità, amministrazioni e tessuto imprenditoriale si può leggere un’anticipazione di ciò che oggi definiamo filiera corta in edilizia: catene del valore territorializzate, con benefici in termini di controllo, sostenibilità economica e impatto sociale. A cinquant’anni di distanza, il modello Friuli è un riferimento per rigenerazione urbana, ricostruzione post-disastro e cantierizzazione sostenibile, risultando un’efficace anticipazione dell’edilizia contemporanea. La centralità dei sindaci, la filiera corta, l’impiego delle competenze locali, la trasparenza sui tempi e il controllo dei costi, disegnarono una nuova modalità progettuale e operativa, che possiamo traslare ai giorni nostri, considerandola utile e praticabile per dare risposte egualmente efficaci a una serie di temi che investono il contingente scenario. Se aggiungiamo il notevole miglioramento dei materiali disponibili, grazie anche all’incessante ricerca di università, centri di ricerca pubblici e aziende private, la progettazione digitale e l’affinamento delle tecniche costruttive, comprendiamo quanto sia diverso il mondo delle costruzioni oggi, rispetto a mezzo secolo fa e quanto sia aumentata, anche per gli opportuni interventi del legislatore, la sicurezza intrinseca delle strutture residenziali, collettive e industriali. Ciò si deve in gran parte ai Fradis Furlans. •
L’Aquila torna a volare da Capitale della Cultura
di Massimo Locci*
Dopo il terribile terremoto del 2009, la lunga e complessa ricostruzione, la riconquista da parte dei cittadini del centro storico, L’Aquila è diventata Capitale italiana della Cultura 2026. Se si valuta l’estensione dell’area colpita dall’evento tellurico e l’entità dei danni a un patrimonio architettonico di alto rilievo, questa attribuzione rappresenta un forte riconoscimento per il grande lavoro svolto dalle amministrazioni, dagli apparati tecnici, dalle imprese e dalla cittadinanza tutta, che è stata propositiva e determinante per la rigenerazione del tessuto sociale e culturale. “Dal 2017 - ha evidenziato il sindaco - abbiamo destinato 25 milioni di euro a politiche culturali, con l’obiettivo di consolidare un percorso strutturale che mette al centro identità, innovazione e opportunità per le nuove generazioni”. Non a caso alla presentazione del programma e alla cerimonia di apertura erano presenti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Essere Capitale italiana della Cultura pone L’Aquila sotto i riflettori nazionali e, considerando l’impegno profuso in sedici anni, si può esser certi che le oltre 300 iniziative previste tra mostre, spettacoli e progetti territoriali saranno all’altezza delle aspettative. Per coinvolgere il maggior numero di utenti, gli organizzatori hanno immaginato un programma articolato in diverse discipline espressive (arte, architettura, teatro, musica, danza, cinema), spesso interagenti fra loro e con nuovi indirizzi sperimentali. Le iniziative saranno ospitate in vari plessi storici, in particolare a Palazzo Ardinghelli sede del Maxxi L’Aquila, in modo da creare una offerta policentrica tra gli edifici novecenteschi e i molti palazzi antichi restaurati. Un sistema diffuso in tutto il territorio comunale per determinare il maggior numero di relazioni tra le parti: una sorta di circuito neuronale, sia percettivo a distanza, sia di attrazione funzionale tra monumenti. Tra gli altri i plessi architettonici contemporanei: l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, progettata da Paolo Portoghesi, sarà ampliata con un rilevante intervento da 9,5 milioni di euro. L’iniziativa "Palazzi aperti" consentirà, inoltre, la visita delle straordinarie architetture aquilane, pubbliche e private.

L'ingresso di palazzo Ardinghelli, sede del Maxxi L'Aquila (foto Luca Eleuteri)
Grazie a questa impostazione i visitatori e i cittadini di L’Aquila potranno scoprire e riscoprire gli spazi urbani, i punti panoramici, le vie porticate, le piazze e gli straordinari monumenti che un’intera generazione non ha potuto conoscere. Un itinerario straordinario e, in parte, inatteso determinerà il sicuro successo dell’iniziativa. Più che un auspicio è una previsione positiva legata a più fattori: innanzitutto, rispetto ad altre città, la diversità morfogenetica di L’Aquila, città di fondazione federiciana. Con la riapertura delle strade si potrà rileggere la sua articolazione per parti, con la struttura urbana divisa in quattro "quarti" e con le relative porte urbiche, che costituiscono una rappresentanza simbolica di una porzione di territorio circostante. Ogni "quarto" con il proprio ambito monumentale fatto di piazze, di straordinari palazzi e complessi ecclesiastici. L’Aquila, avendo subito nei secoli vari terremoti, come una fenice è sempre risorta, ora restaurando i monumenti preesistenti, ora costruendo edifici con nuovi linguaggi espressivi. Pertanto, nella stratificazione storica, si trovano edifici medioevali accanto ad altri rinascimentali, barocchi, novecenteschi, lasciando inalterato, però, l’originario impianto urbano caratterizzato dalle geometrie a scacchiera dei tracciati viari, in dialogo con il paesaggio. L’auspicata prospettiva di successo di L’Aquila - Capitale italiana della Cultura 2026 deriva, anche, dalla capacità degli aquilani dimostrata in passato di saper organizzare rilevanti eventi culturali. Bisogna evidenziare che le importanti istituzioni presenti non hanno mai smesso di operare. Quest’anno, inoltre, verranno restituiti alla città i suoi luoghi simbolo: le chiese, il Teatro Comunale, il Teatro San Filippo, il Munda (Museo nazionale d’Abruzzo) nel Forte Spagnolo. Tra i rischi che il centro storico aquilano corre (sia per la grande attrattiva dei suoi spazi, sia perché molti cittadini si sono trasferiti in altri quartieri della città), è una trasformazione con indirizzo turistico monofunzionale, con moltiplicazione di alberghi, B&B, ristoranti e negozi di souvenir. Per rivitalizzare il centro storico, peraltro molto esteso, le amministrazioni devono affrontare consapevolmente il processo di trasformazione, evitando gli errori fatti in molte altre città d’arte. Le iniziative legate alla Capitale italiana della Cultura integreranno gli eventi identitari della città (la Perdonanza Celestiniana, i Cantieri dell’Immaginario, il Jazz Italiano per le Terre del Sisma, il Festival delle Città del Medioevo) con quelli espositivi e performativi programmati dal Maxxi L’Aquila. È stato ideato anche un Osservatorio culturale urbano, il primo in Italia, per misurare gli effetti delle attività (azioni diffuse e sperimentali nei quartieri, rigenerazione urbana, strutture di alta formazione artistica e musicale) sul contesto sociale e sullo sviluppo economico della città. • *Direttore Comitato Scientifico IN/Arch
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Italia più sicura: fare prevenzione è anche una grande leva economica
di Erasmo D’Angelis

Veduta del centro storico di Cosenza Vecchia e della chiesa di San Francesco d’Assisi, affacciati sul fiume Crati in piena
Duemila anni fa, l’epicureo Tito Lucrezio Caro, nel “De Rerum Natura” libro I, descriveva come le alluvioni: «...spargono strage, quando la molle natura dell’acqua s’avventa in straripante fiume: un gran defluire d’acque lo ingrossa giù dagli alti monti, scaglia rottami di piante e alberi interi; né solidi ponti possono resistere all’improvvisa violenza dell’acqua che incalza...». Duemila anni dopo, la foto dell’Italia del dissesto idrogeologico è quella di un Paese in costante emergenza per piene fluviali e pluviali e per frane, dove alla violenza distruttiva degli eventi naturali aggiungiamo spesso la nostra fatale inclinazione alla rimozione delle cause e della prevenzione strutturale. Abbiamo alle spalle un secolo che ha fatto contare circa 17.000 frane in circa 14.000 luoghi, con 5.939 vittime, e circa 19.000 alluvioni che hanno colpito circa 14.000 aree urbane con una spesa per riparazioni, risarcimenti, ristori pari a circa 4,5 miliardi in media all’anno dal 1946 ad oggi. E uno sviluppo urbano disordinato, con città a lungo senza piani regolatori, ha permesso occupazioni di suoli franosi e aree alluvionali e la “tombatura” di circa 30.000 km di reticoli di acque senza alcuna protezione, e di essere quel Paese balzato dal 2,7% del costruito di metà anni Cinquanta del Novecento, all’8,3% di oggi con abusi evidenti ma graziati a furor di popolo da 4 condoni. Se oggi circa 30 milioni di italiani vivono in aree a rischio di eventi di dissesto di varia tipologia, come rileva l’Ispra, i motivi sono anche “naturali”: le precipitazioni tra le più abbondanti del mondo con circa 300 miliardi di m3 di piogge in media all’anno a fronte di consumi complessivi di acqua per soli 26 miliardi di m3, la presenza di ben 7.546 corsi d’acqua a carattere torrentizio, il nostro Mediterraneo che si surriscalda di circa il 20% in più della media globale aumentando volumi di vapore acqueo in atmosfera che scaricano a terra eventi di piogge sempre più a carattere “esplosivo”. Siamo una Penisola per due terzi montuosa e collinare e con suoli geologicamente “giovani” e argillosi e sabbiosi e da sempre condizionati da frane e smottamenti. Non è un caso se delle circa 750.000 frane censite nei database dei 27 Paesi europei, ben 620.808 sono sul 19,9% del territorio nazionale presenti nelle aree di 7.275 comuni sul totale di 7.904, in quasi tutti. Un dato shock, aggravato dall’assenza o forte carenza di manutenzioni e opere di contenimento. Sono tanti, insomma, i perché siamo oggi tra i primi al mondo per vittime e danni economici da dissesto idrogeologico. Eppure, mai come oggi, abbiamo punti di forza nella conoscenza dei nostri punti deboli, nella capacità di poter raggiungere la massima sicurezza possibile, nel saper guardare in faccia il rischio e sfidarlo per quello che è, evitando di rimanere ancora prigionieri della presunzione di potercela sempre cavare supplicando la dea Fortuna o un santo protettore. L’ottava potenza economica mondiale che siamo, può e deve reagire mettendo oggi in campo anche tutte le straordinarie capacità tecniche dei costruttori dell’Ance con i progressi nell’architettura, nell’ingegneria, nella sismologia, nella geologia, nell’idrologia, nella scienza del clima. Siamo da sempre “inventori” di soluzioni. Possiamo oggi applicarle non solo nelle aree urbane all’estero, con grande ammirazione e business, ma anche in Italia dove servono con urgenza tecniche e tecnologie per la “rigenerazione urbana” con nuove infrastrutture in grado di rendere le nostre stupende città sempre più “spugnose” e adattate al nuovo clima. La protezione dai grandi rischi, la tutela di chi vive nei territori più in pericolo, e l’adattamento per rischiare il meno possibile, non possono più restare ai margini o fuori dagli investimenti pubblici. Perché mai come oggi, sicurezza e protezione dai rischi naturali, significa anche evitare collassi finanziari dello Stato e delle famiglie, investendo cento volte meno dei costi delle emergenze e delle ricostruzioni, senza considerare le perdite di vite umane. È questa l’ora di aprire un nuovo capitolo della nostra storia nazionale, superando ogni contrapposizione politica. Un piano nazionale strategico per la mitigazione del rischio idro-climatico è oggi una necessità imprescindibile. L’Italia, come molti altri Paesi, dovrà fronteggiare fenomeni estremi crescenti con precipitazioni intense e concentrate, siccità prolungate, instabilità dei pendii e altri rischi naturali. Occorre ridurre la complessa frammentazione delle competenze istituzionali, agire con urgenza con una strategia unitaria e integrata. La prevenzione è poi anche una scelta di razionalità economica. Continuare a privilegiare la sola riparazione rispetto alla riduzione strutturale del rischio significa accettare una spesa pubblica sempre più elevata, incerta e meno efficace, mentre un approccio preventivo consentirebbe di trasformare gli investimenti in benefici, rafforzando la resilienza dei territori e la sostenibilità dei conti pubblici. Le risorse finanziarie potrebbero provenire da tre canali principali: il rafforzamento strutturale della spesa in conto capitale del Bilancio dello Stato, una riprogrammazione dei fondi europei di coesione orientandoli più decisamente verso interventi strutturali di riduzione del rischio, il ricorso a finanziamenti agevolati della BEI e della CEB-Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa, particolarmente rilevanti per aree non coperte da politiche di coesione come il nostro centro nord. Cruciale è anche migliorare la capacità di spesa riducendo i residui passivi, mettendo a punto cronoprogrammi realistici e coordinando strutture tecniche e finanziarie dei diversi livelli istituzionali dello Stato. Sappiamo che in molti casi è questione di tempo, e il tempo è tutto per puntare sull’Italia più sicura. Lasciamo al passato i rimpianti e gli errori. Programmare piani di investimenti per i cantieri più utili e a lunga scadenza è un obiettivo è a portata di mano, e occorre partire ma soprattutto proseguire e non fermarsi né arrendersi mai. •
Il convegno
La presentazione del libro alla Luiss
Il 24 marzo è stato presento a Roma il libro di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi, edito da Il Mulino, dal titolo ‘’Fuori dalle emergenze. Clima, alluvioni, siccità, terremoti, dalle catastrofi alla prevenzione‘’. A prendere parte ai lavori, oltre alla presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, anche il Presidente e il Vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico della Camera dei Deputati, Pino Bicchielli e Luciano D’Alfonso e il Commissario Straordinario per la Ricostruzione Sisma 2016, Guido Castelli. •
l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Da Firenze a L’Aquila,
dai grandi disastri
possono nascere successi
Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni
di Dario Laruffa


La Chiesa Madre di Ludovico Quaroni a Gibellina Nuova
Quarant’anni. Quarant’anni fa esatti. In Italia scoppia lo scandalo del vino adulterato con metanolo. La sostanza tossica serve per aumentare la gradazione alcolica, a poco costo. Provoca 23 morti e oltre 150 intossicati, molti con cecità o danni permanenti. Da una cantina di Narzole (Cuneo, famiglia Ciravegna) il “vino killer” fa danni in Piemonte, Lombardia e in altre regioni.
Crolla il mercato del vino, all’estero come all’interno. Ne fanno le spese anche gli incolpevoli. Nel 1986 le esportazioni diminuiscono di circa il 40 per cento rispetto all’anno precedente, con punte dell’80 per cento in meno su mercati chiave come la Germania Ovest. Il danno di reputazione è enorme. Nell’immediato dopo scandalo le vendite in Italia diminuiscono sino al 70 per cento.
Quarant’anni dopo alcune famiglie delle vittime denunciano di non aver ricevuto (nonostante le condanne dei responsabili) un risarcimento adeguato, simbolico e materiale.
Eppure quello scandalo ha rivoluzionato, in positivo, la produzione e il consumo di vino nel nostro Paese. Più controlli, meno quantità, più qualità, più attenzione all’origine del vino. Risultato: una ripresa alla grande, da un disastro nasce un successo.
L’Italia è fragile: terremoti, frane, alluvioni. Dati Ispra del 2024 indicano quasi un 10 per cento del territorio a elevata pericolosità (il caso più grave), un milione e 300mila persone. Alla natura a volte matrigna si aggiungono come moltiplicatore speculazione e abusivismo edilizi, piani urbanistici indulgenti, e tutto a scapito della sicurezza.
Gli esperti individuano quattro fasi nella gestione delle calamità: prevenzione, emergenza, ricostruzione, rilancio economico. L’Italia va forte solo nel punto due (la protezione civile dopo l’Irpinia del 1980, inclusi i volontari), sugli altri punti zoppichiamo.
Ma questa situazione non è un destino ineluttabile e a volte, anche qui, da un disastro può nascere un successo. Certo, servono risposte tempestive, orientate allo sviluppo, governate in modo chiaro e duraturo.
Prendiamo quattro casi, più o meno datati: l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti nel Friuli (1976) e L’Aquila (2009) nel Centro Italia (2016-17). Sono tutti casi che dimostrano che, pur se fra difficoltà, una ricostruzione può essere volano di crescita.
Nel caso “antico” di Firenze, il colpo di allora si è trasformato nel tempo in occasione per far nascere una filiera economica basata sulla cultura del restauro artistico e sul turismo culturale (magari anche troppo).
Il Friuli degli anni Settanta è stato sì da subito sinonimo di gente che si è “rimboccata le maniche” senza attendere passivamente “mamma Stato”, ma anche di una politica volta ad accelerare lo sviluppo di manifattura e infrastrutture (selezionando le migliori) e di realtà di supporto come l’Università di Udine. Non dimenticando ovviamente che parliamo di un’area industrialmente in evoluzione già prima del sisma.
Complesso il caso de L’Aquila. Qui la ricostruzione privata è completata, mentre quella degli edifici pubblici è molto indietro e il centro storico si è solo parzialmente ripopolato. La “new town” provvisoria è ancora in piedi ed è degradata, le “casette” autorizzate in via eccezionale allora rimangono oggi non legalizzate. Detto ciò la scommessa e il progetto in questo caso non sono il riprodurre “quel che c’era”, quanto di provare a ridisegnare il territorio: turismo sostenibile, cultura, borghi.
Gli interventi nel Centro Italia (dopo il 2016-17) sono arrivati in ritardo, con il rischio di accentuare un destino di declino, anche demografico. Poi si è cambiata rotta soprattutto con i fondi del Pnrr per finanziare città sicure, investimenti del digitale, turismo e imprese.
La lezione generale è che nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni per gestire fondi statali ed europei. È a questo livello che si devono (dovrebbero) capire meglio le priorità per le popolazioni e i modi per inserire gli interventi straordinari in politiche ordinarie di lungo periodo.
Giuseppe Roma, grande esperto di gestione del territorio, ha proposto la creazione di un Osservatorio Internazionale sul Sisma per catalogare ed elaborare norme, modi di intervento e buone prassi messe in opera in Italia e in alcune importanti realtà straniere.
Manca (invece servirebbe) una sistematizzazione su come si è proceduto nel passato, con quali esiti e quali inefficienze, anche per capire cosa ha funzionato e farne un possibile punto di riferimento.
Nel gennaio 1968 un terribile terremoto nella Valle del Belice, in Sicilia, distrusse completamente il paese di Gibellina. Con lungimiranza, già negli anni Settanta si avviò un progetto di ricostruzione per Gibellina Nuova, città-museo a cielo aperto.
Scesero in campo artisti e architetti italiani e internazionali; sui luoghi della vecchia Gibellina, Alberto Burri realizzò una grande opera di land art in cemento.
Gibellina è stata riconosciuta come prima “Capitale italiana dell’Arte contemporanea” per il 2026: un grande riconoscimento. Certo, 58 anni dopo… •
profili
La Giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia, presieduta per il secondo mandato da Massimiliano Fedriga, ha guidato la regione con un approccio focalizzato sulla stabilità finanziaria e sugli investimenti strategici, confermando nel 2026 un bilancio solido con oltre 6,5 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo. L'amministrazione ha posto al centro della propria azione di governo la sanità, il sostegno alle famiglie e le infrastrutture, puntando a un modello di sviluppo sostenibile e innovativo. Tra i risultati principali vi è il ritorno delle Province come enti di area intermedia e ingenti investimenti nel settore turistico e manifatturiero, con fondi specifici per l'Agenda FVG Manifattura 2030 e il piano di promozione turistica. Il corrente 2026 registra la ricorrenza del cinquantenario del terribile terremoto che sconvolse il Friuli nel maggio 1976, con epicentro tra Gemona e Venzone. Un evento che ha segnato la storia locale e indirettamente ridisegnato il rapporto tra istituzioni e cittadini. La tragedia del 6 maggio 1976, che causò oltre 2mila morti e distrusse interi paesi, è ricordata come il momento in cui il popolo friulano ha mostrato la sua massima resilienza, trasformando il dolore in un modello di ricostruzione definito “dov’era, com’era”. Il disastro causato dal sisma del 1976 diede vita al Modello Friuli, riconosciuto come un virtuoso processo di ricostruzione post-terremoto, caratterizzato da gestione locale, espropri strategici, e priorità alle attività produttive. Una scelta che in dieci anni permise di ricostruire interi paesi insieme ai molti monumenti distrutti, salvaguardando l'identità comunitaria. Dalla tragica esperienza quella terra di persone generose e abituate alla fatica e al silenzio, seppe generare anche un modello di gestione delle emergenze unico al mondo, nato dalla consapevolezza che la protezione della vita e del territorio richiedesse una preparazione costante e una risposta organizzata. L'esperienza diretta del sisma portò, infatti, alla nascita della moderna Protezione Civile italiana, un'istituzione nata dalla lezione friulana e resa operativa grazie all'azione del più volte ministro, Giuseppe Zamberletti, che in Friuli svolse il ruolo di Commissario straordinario dopo il terremoto, ruolo che avrebbe ricoperto anche dopo il sisma del 1980 in Irpinia. Fu proprio in Friuli che si comprese come la sola opera di soccorso non bastasse: era necessario un sistema che includesse la prevenzione, la pianificazione e la formazione continua. La legge istitutiva della Protezione Civile è del 1992, ma le sue fondamenta risalgono al tragico terremoto in terra friulana di 50 anni fa. Un provvedimento fondamentale per un’efficace cultura della prevenzione, considerato un riferimento internazionale. In questo numero della rivista dedicato all’approfondimento dei temi legati al dissesto del territorio, con alcune pagine dedicate all’orgoglioso Friuli-Venezia Giulia, proponiamo di seguito l’intervista al presidente della Regione friulana, Massimiliano Fedriga. •
Veduta del porto di Trieste
Biografia
Veronese di nascita, Massimiliano Fedriga è cresciuto a Trieste, dove ha compiuto gli studi al liceo scientifico Galilei e alla facoltà di Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea, ha conseguito un Master in Analisi e Gestione della Comunicazione e ha lavorato come responsabile marketing per diverse aziende del Nordest. Oltre alla signora Elena, che ha sposato nel 2013, e ai due loro figli, come da lui dichiarato il suo grande amore è sempre stato la politica. Una passione che ha iniziato a coltivare quando aveva solo 15 anni e che, nel 2003, lo ha portato a ricoprire l'incarico di segretario provinciale della Lega. Nel 2008 è stato eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, seggio confermato sia nel 2013 sia nel 2018: dieci anni intensi, che gli hanno lasciato in dote le competenze frutto di anni di battaglie in Commissione Lavoro e, dichiara, una bellissima parentesi di quasi quattro anni alla Presidenza del Gruppo parlamentare Lega e Autonomie. Il 29 aprile 2018 i cittadini del Friuli-Venezia Giulia lo hanno “richiamato a casa”, affidandogli una prima volta la guida della Regione e rinnovandogli successivamente la fiducia nella tornata del 2 e 3 aprile 2023: un mandato a cui si è aggiunto, dal 9 aprile 2021, quello di presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome. •
Friuli Venezia Giulia
Intervista all'antropologo Paolo Gri
Quando una comunità è costretta a ricostruirsi
Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni
di Luisa Grion
Duomo di Tolmezzo, intervento di ricostruzione post sisma in Friuli (foto Donato Riccesi)
Creare relazioni e combattere la tentazione di cedere all’impotenza. È l’unico modo che abbiamo per sopravvivere ad un evento drammatico, vincere la paura, lo sgomento e avviare una rinascita. A cinquant’anni dal sisma che devastò il Friuli, per Gian Paolo Gri, antropologo, già professore all’Università di Udine e profondo conoscitore di quella terra e quelle genti, è questa l’eredità che resta di quella tragedia e del modello di ricostruzione che ne nacque. «Il punto di forza fu la capacità di costruire una rete e di capire fin dall’inizio che davanti ad un disastro, in termini di morti, macerie , traumi da superare, le decisioni e le soluzioni non potevano essere calate dall’alto, ma dovevano essere il frutto di una partecipazione comune».
è il principio e la fine, e tutto il resto non è che favola...
Carlo Sgorlon
Friuli Venezia Giulia
Intervista alla presidente di Ance Udine, Angela Martina
Dopo il terremoto il tempo non si è fermato
La ricostruzione come scelta continua, non come ricordo “Adattarsi alle esigenze rinnovate del territorio e delle persone”
di Emanuele Imperiali
Duomo di Tolmezzo, intervento di ricostruzione post sisma in Friuli (foto Donato Riccesi)
E siamo cuori che resistono sulle vite schiantate e le macerie...
Novella Cantarutti
Friuli Venezia Giulia
Intervista al presidente di Ance Alto Adriatico, Michele Pecchi
Tenere insieme territori diversi: confini, città e responsabilità condivise
“Le differenze fra le comunità non devono essere percepite come un ostacolo, ma come una risorsa da mettere a sistema”
di Umberto Mancini
A cinquant’anni dal terremoto del 1976, il Friuli Venezia Giulia continua a interrogarsi su come trasformare la memoria in progetto. Per Ance Alto Adriatico, che riunisce i territori di Trieste, Gorizia e Pordenone, il punto non è sommare identità differenti, ma metterle in relazione dentro una visione comune di sviluppo. È in questo equilibrio tra specificità locali, rigenerazione urbana, capacità produttiva e coesione territoriale che si gioca oggi una parte importante del futuro regionale.
Che cosa succede là se qui accade qualcosa?
Claudio Magris
Friuli Venezia Giulia
Intervista alla presidente di Ance Udine, Angela Martina
Infrastrutture, collegare non basta più
La visione e la direzione del cambiamento
di Michele Inserra
Bagno Ausonia, stabilimento storico di Trieste, situato nel cuore della città, attivo dagli anni trenta del secolo scorso (foto Donato Riccesi)
Costruire una capanna di sassi, rami, foglie, un cuore di parole qui, lontani dal mondo al centro delle cose, nel punto più profondo.
Pierluigi Cappello
Friuli Venezia Giulia
Intervista alla presidente di Area Science Park, Caterina Petrillo, e al presidente di AcegasApsAmga, Roberto Gasparetto
Ricerca ed energia Le scelte del futuro
Reti, transizioni e responsabilità operative.
Le infrastrutture come leva di trasformazione
di Alessandro Corti
Trieste, Foro Ulpiano, impianto urbanistico edilizio anni 30. (foto Donato Riccesi). In basso, il centro storico di Pordenone durante il festival letterario "Pordenonelegge" (foto Gigi Cozzarin)
In front of a blackboard there are no differences of language or race...
Paolo Budinich
Friuli Venezia Giulia
Intervista al presidente di Ance Friuli Venezia Giulia, Marco Bertuzzo
L'abitare leva strategica per inclusione e sviluppo
Casa, comunità e nuove fragilità.
Costruire il presente con responsabilità e cura
di Umberto Mancini
Trieste. In alto, Archivio comunale, progetto di Gigetta Tamaro; in basso, Porto Vecchio, edifici abbandonati (foto Donato Riccesi)
I paesi hanno delle risorse ancora tutte da riscoprire e da recuperare su cui costruire delle economie...
Mauro Corona
voci del territorio
Pnrr all’ultimo miglio
L’Emilia-Romagna
guarda al dopo 2026
Confronto a tutto campo promosso dall’Associazione regionale su investimenti e sviluppo oltre la scadenza del Piano
di Daniela Codispoti

In alto, da sinistra verso destra: Flavio Monosilio, direttore Centro Studi Ance; Vincenzo Colla, vicepresidente Regione Emilia Romagna, con delega a Sviluppo economico e green economy, Energia, Formazione professionale, Università e ricerca; Maurizio Croci, presidente Ance Emilia Romagna; Tommaso Foti, ministro per gli affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione; Piero Petrucco, vicepresidente Centro Studi Ance, intervenuti al convegno “Emilia-Romagna: l’ultimo miglio del Pnrr. Bilanci e prospettive future”
Qual è il futuro degli investimenti pubblici dopo il 2026? E a che punto è l’attuazione del Pnrr in Emilia-Romagna? A questi interrogativi ha risposto il convegno “Emilia-Romagna: l’ultimo miglio del Pnrr. Bilanci e prospettive future”, promosso da Ance Emilia Romagna il 2 febbraio al Tecnopolo Dama di Bologna, che ha riunito istituzioni, imprese e mondo delle costruzioni per fare il punto sui cantieri e tracciare le strategie dei prossimi anni.
Al centro del dibattito, una fase cruciale del Pnrr: da un lato la necessità di rispettare le scadenze operative, dall’altro l’urgenza di trasformare le risorse straordinarie del Piano in leve strutturali di sviluppo territoriale. Una sfida che chiama in causa capacità amministrativa, progettazione di qualità e continuità degli investimenti pubblici. Ad aprire i lavori del convegno è stato Maurizio Croci, presidente di Ance Emilia Romagna, che ha sottolineato come il vero obiettivo non sia soltanto portare a termine i progetti finanziati, ma garantire una programmazione stabile anche oltre la conclusione del Pnrr, valorizzando e consolidando l’approccio orientato ai risultati. Un risultato possibile, ha evidenziato il presidente, solo attraverso una collaborazione virtuosa tra pubblica amministrazione e imprese, che sarà centrale anche per affrontare le principali sfide future, a partire dal tema dell’abitare. Secondo il vicepresidente Ance Piero Petrucco, il Pnrr ha rappresentato una “scommessa praticamente vinta”, grazie alle semplificazioni introdotte e al lavoro congiunto tra settore pubblico e privato. A un miglio dal traguardo, ha osservato, il Piano dispone di tutte le condizioni per essere completato con successo, a patto di utilizzare in modo efficace la flessibilità concessa anche dall’Unione europea.
Sulla stessa linea il vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla, che ha rimarcato il valore strategico degli investimenti del Pnrr per la competitività del territorio, la crescita economica e la transizione verso uno sviluppo sostenibile. Colla ha ribadito l’importanza di capitalizzare l’esperienza maturata, trasformando gli interventi emergenziali in politiche strutturali capaci di rafforzare il sistema produttivo. A trarre le conclusioni è stato il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che ha sottolineato la necessità di integrare le risorse del Pnrr con le politiche di coesione per garantire continuità e stabilità agli interventi nel medio-lungo periodo. Guardando alla fase finale del Piano, il ministro ha ribadito l’apertura del governo a una gestione flessibile dell’“ultimo miglio”, accogliendo la sollecitazione dell’Ance avanzata in occasione della presentazione dell’Osservatorio congiunturale del 20 gennaio, per accompagnare i territori nel completamento dei progetti e centrare tutti i traguardi previsti. Tommaso Foti ha infine richiamato il ruolo chiave della capacità amministrativa e progettuale, indicando nella qualità della governance uno dei principali fattori che hanno permesso al Pnrr di decollare. Moderati da Giorgio Santilli, direttore di Diac, i lavori hanno confermato come l’ultimo miglio del Pnrr rappresenti una fase decisiva non solo per completare gli investimenti in corso, ma per costruire una prospettiva di sviluppo per l’Emilia-Romagna e per l’intero Paese oltre il 2026. •
di Amalia Sabatini, Centro Studi Ance
Il conto alla rovescia del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è entrato nella sua fase decisiva: entro il 31 agosto 2026 dovranno essere raggiunti tutti gli obiettivi concordati con l’Unione europea. In questo scenario, il Pnrr si è rivelato non solo uno strumento finanziario straordinario, ma anche una palestra per accelerare l’attuazione degli investimenti infrastrutturali nel Paese. A livello nazionale, la spesa ha già superato i 100 miliardi di euro, di cui circa la metà destinata a investimenti che coinvolgono il settore dell’edilizia. Questo si traduce in 16.000 cantieri aperti su tutto il territorio, molti dei quali già in fase avanzata o conclusi, che hanno coinvolto un numero significativo di imprese di costruzioni, circa 5.600. Un’accelerazione senza precedenti che ha inciso profondamente sulle dinamiche del settore. In questo contesto, l’Emilia-Romagna si distingue tra le regioni più dinamiche nell’attuazione del Piano. La regione ha beneficiato di 10 miliardi di euro di finanziamenti Pnrr, di cui circa la metà destinata alle costruzioni. Il risultato è un’intensa attività che ha visto l’apertura di 1.300 cantieri, sostenuta da una solida capacità amministrativa degli enti territoriali e da un tessuto imprenditoriale strutturato e reattivo. Non a caso, la spesa in conto capitale dei comuni della regione ha subito un’evidente accelerazione nella fase post-pandemica, registrando negli ultimi cinque anni un aumento del 149%, segno di una ritrovata capacità di programmazione e di utilizzo delle risorse. Il monitoraggio dei cantieri Pnrr, svolto dall’Ance sulla base dei dati Cnce_Edilconnect, evidenzia un quadro complessivamente positivo. Il 69% dei cantieri risulta già concluso o in fase avanzata, mentre le principali complessità si concentrano negli interventi di dimensione più elevata, come quelli ferroviari. Al contrario, le opere diffuse sul territorio, tipicamente gestite dagli enti locali, mostrano una capacità di avanzamento più rapida. Tuttavia, la fase finale del Pnrr presenta ancora incertezze, legate al disallineamento tra obiettivi europei e tempistiche dei bandi nazionali. In questo contesto, sono decisivi chiarimenti operativi per garantire maggiore flessibilità ed evitare rallentamenti. Fermo restando la necessità di un’accelerazione in questa fase finale, il Pnrr ha già prodotto effetti strutturali rilevanti. Il settore delle costruzioni ha avviato un processo di rafforzamento e modernizzazione: le imprese hanno investito in innovazione, ampliato la propria capacità organizzativa e incrementato l’occupazione. In Emilia-Romagna, in particolare, le imprese impegnate nei lavori Pnrr hanno registrato un aumento significativo del numero degli addetti che sono passati dai 12.600 del 2017, ai 22.700 del 2024. La vera sfida, ora, è consolidare questi risultati attraverso una programmazione stabile e di lungo periodo, capace di dare continuità agli investimenti e certezze agli operatori economici. Solo così sarà possibile evitare una brusca contrazione del settore dopo la fine del Piano europeo. L’esperienza dell’Emilia-Romagna dimostra che, quando amministrazioni efficienti e imprese solide lavorano in sinergia, è possibile trasformare una straordinaria opportunità finanziaria in un reale motore di sviluppo. Il Pnrr può così diventare non solo una risposta alla crisi, ma un punto di partenza per una nuova stagione di crescita. •
voci del territorio
Riqualificare gli spazi per rigenerare le comunità
A Savona prima tappa della quarta edizione di Città in Scena Diciotto i progetti presentati tra la Liguria e il Piemonte
di Enrica Procaccini
Ance Siracusa
Ance Cosenza e Ance Calabria
mondo Ance
Patto pubblico-privato per riqualificare l’edilizia scolastica
Un’intesa per rispondere ai bisogni della collettività: il convegno presso la sede dell’associazione, con il ministero dell’Istruzione
mondo Ance
Dalla Tunisia all’Italia 500 giovani specializzati per le imprese edili
I primi risultati del progetto Thamm Plus nato dall’intesa tra Costruttori, Associazione Centro Elis, Cesf di Perugia e Formedil
mondo Ance
Per vivere la città occorre coniugare inclusività e sviluppo
Il convegno organizzato dall’Ance in collaborazione con Assimpredil la questione urbana sfida essenziale per la crescita del Paese
di Antonio Troise
mondo Ance
Giornate ingegneria economica
Digitalizzazione, casa e Ppp: test per il futuro del settore
di Bianca Maria Sposato
Rafforzare il Ppp, realizzare investimenti pubblici in tempi certi, individuare soluzioni per rispondere all’emergenza abitativa. Questi i temi che sono stati al centro dell’appuntamento che si è rinnovato per il terzo anno consecutivo e che vede Ance e Consiglio nazionale degli ingegneri collaborare sul tema dello sviluppo dell’ingegneria economica a supporto degli operatori pubblici e privati nella realizzazione delle opere. Un momento di confronto che ha visto nelle due giornate del 24 e 25 marzo interventi qualificati di istituzioni, politici, esperti, imprese e professionisti. Durante la prima giornata, nella quale il presidente del Cni, Angelo Domenico Perrini, ha sottolineato in apertura l’importanza del percorso di collaborazione tra i professionisti e Ance, è intervenuto il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Alessandro Morelli, che ha dichiarato: «Il Paese vive una fase di transizione determinata dalla chiusura del Pnrr. Venute meno queste risorse, come Governo abbiamo lavorato, tra le altre cose, per innovare il modello del Partenariato Pubblico-Privato. Abbiamo soprattutto mirato a superare quella impostazione quasi ideologica registrata nel passato che vedeva con diffidenza il rapporto col privato. Nel confronto con l'Europa sono emersi alcuni dubbi, come ad esempio quelli relativi alla prelazione, ma abbiamo alcune idee per superare questa ed altre difficoltà. Per questo è necessario che il Governo nella sua interlocuzione in Europa abbia al suo fianco anche le associazioni, come quelle di professionisti ed imprese». Tra i partecipanti ai tavoli della prima giornata di lavori dedicati al partenariato pubblico privato anche la vicepresidente Assimpredil Ance Cecilia Hugony. Nella sessione del 25 marzo l’intervento del vicepresidente Massimo Angelo Deldossi ha messo in evidenza le grandi opportunità per imprese, professionisti e Pa che derivano dallo sviluppo della digitalizzazione, a patto di saperla governare: «Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati, ma la qualità delle nostre decisioni non dipende dalla quantità bensì dalla capacità di scegliere i dati che servono. La tecnologia oggi non basta più, serve una integrazione tra ingegneria, economia, gestione dei dati e competenze manageriali. Occorre un cambio culturale che coinvolga imprese, professionisti, istituti finanziari. Solo così potremo dare un futuro al settore delle costruzioni, migliorando la produttività per rispondere alle emergenze sociali e trasformarle così da costo a investimento». Sul tema dell’accesso alla casa si è soffermata la Presidente della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi dell’UE, Irene Tinagli, che ha sottolineato l’impegno «affinché nel prossimo bilancio dell’Unione Europea ci siano risorse per la casa accessibile attraverso due strumenti: da una parte i fondi di coesione, dall’altra lo sviluppo di garanzie per agevolare la finanziabilità degli investimenti». Anche Ezio Micelli, membro dell’Housing Advisory Board europeo, intervenuto sul tema ha evidenziato la necessità di coinvolgere capitali privati attraverso strumenti diversi come «un fondo paneuropeo per l’housing sociale, che entrando nei fondi nazionali potrebbe sostenere programmi di casa accessibile dei Paesi europei, o ancora degli “housing bond” - come i green bond - che potrebbero concorrere finanziariamente all’implementazione di grandi programmi nelle aree di maggiore sensibilità abitativa in Europa.»•
Nuova tappa a Parma
Venerdì 8 maggio 2026 Parma ospiterà una tappa di “Città in scena – Festival della rigenerazione urbana”, iniziativa promossa da Ance, Mecenate 90 e Cidac, dedicata ai temi della trasformazione delle città, della riqualificazione del patrimonio esistente e della qualità dello sviluppo urbano. L’appuntamento, organizzato da Ance Emilia- Romagna e Ance Parma, si svolgerà presso l’Auditorium del Palazzo del Governatore e sarà interamente dedicato all’Emilia-Romagna.•
Ance giovani
Macroscuola 2025-2026: abitare condiviso, il futuro progettato dai giovani
di Barbara Nusca, Ance Giovani
storie di filiera
Riforma degli appalti pubblici: il modello Soa diventa un riferimento europeo
Uno studio, patrocinato da Cqop-Soa, sulla riforma europea degli appalti pubblici con la collaborazione di Ghent University, Johns Hopkins School of Advanced International Studies e Politecnico di Torino International University
di Adriano Baffelli
Cqop-Soa ha patrocinato lo studio “Completare il puzzle della riforma europea degli appalti pubblici: verso un sistema europeo di qualificazione degli operatori economici?”, condotto da un team di esperti: Karolis Granickas, Open Contracting Partnership; Francesco Nicoli, Visiting Fellow Fondazione Csf, Politecnico di Torino; Manfred Hafner, Johns Hopkins University Sais-Europe; Desiderio Berdini, Chief Innovation Officer di Cqop-Soa, con la collaborazione di Ghent University, Johns Hopkins School of Advanced International Studies e Politecnico di Torino International University. La prefazione è di Giuseppe Busia, presidente di Anac, che scrive: «In un contesto di crescente attesa per l’imminente riforma europea degli appalti pubblici, il presente documento offre un prezioso contributo a una delle sfide più strategiche per l’Unione: creare un mercato degli appalti competitivo e trasparente, capace di sostenere le ambizioni dell’Europa in termini di resilienza, innovazione e crescita sostenibile». Obiettivo dello studio: fornire alla Commissione Europea proposte durante la delicata fase di redazione della nuova Direttiva Appalti. Le imprese coinvolte da Cqop-Soa hanno permesso di fotografare con precisione l’evoluzione del mercato e le reali aspettative dello stesso. La riforma rappresenta un passaggio cruciale per il futuro della filiera edilizia e delle infrastrutture in Europa. Con un peso del 14% del Pil comunitario, gli appalti pubblici diventano leve strategiche sempre più articolate, chiamate a conciliare la sostenibilità ambientale, l’innovazione tecnologica e la sicurezza degli approvvigionamenti, senza rinunciare al miglior rapporto qualità-prezzo. Il documento pone al centro della riforma la qualificazione degli operatori economici, tema di cruciale rilevanza, specie per i lavori pubblici e le infrastrutture. La sfida principale risiede nella forte frammentazione e nelle differenze procedurali tra i vari sistemi nazionali, con barriere all’accesso transfrontaliero e difficoltà per le imprese ad agire a livello internazionale, con conseguenti limiti alla concorrenza e al mercato unico degli appalti pubblici. Il documento analizza a fondo il sistema italiano Soa (Società organismi di attestazione), il regime di qualificazione obbligatoria per i lavori pubblici di importo superiore a 150mila euro. Un modello ibrido che combina organismi privati accreditati, che effettuano verifiche tecniche, giuridiche e finanziarie, con una vigilanza pubblica assicurata dall’Anac. Il certificato Soa così ottenuto ha efficacia costitutiva: rappresenta condizione necessaria e sufficiente per la partecipazione alle gare, trasformando la qualificazione da un onere gara-per-gara a un asset riutilizzabile. Il sistema riduce i tempi e i costi delle procedure per le amministrazioni aggiudicatrici, e consolida la fiducia tra i soggetti coinvolti. Altro elemento distintivo è la recente digitalizzazione dell’intero ciclo degli appalti pubblici, la quale prevede l’integrazione con il Fascicolo virtuale dell’operatore economico e l’interoperabilità con la Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Attraverso dati dinamici aggiornati e la progressiva sostituzione delle certificazioni cartacee con verifiche basate su dati digitali, il sistema semplifica ulteriormente la qualificazione, abbattendo duplicazioni e costi di conformità. Le aziende indicano la necessità di un portale europeo unico degli appalti e di un riconoscimento reciproco più efficace delle certificazioni di qualificazione, strumenti essenziali per abbattere gli ostacoli attuali. Lo studio propone tre percorsi politici per migliorare il sistema di qualificazione degli operatori economici: rafforzamento del riconoscimento reciproco delle certificazioni equivalenti tra Stati membri; creazione di un sistema abilitato dall’Unione europea composto da organismi armonizzati che rilasciano “passaporti” di qualificazione riutilizzabili; istituzione di un’Autorità europea per la qualificazione degli operatori economici (Euro Soa), che garantisca uniformità e affidabilità a livello comunitario. Il modello Soa italiano si conferma tra i migliori esempi europei di prequalificazione obbligatoria e riutilizzabile, in grado di combinare rigore tecnico e flessibilità, riducendo duplicazioni e tempi, fornendo solide garanzie di integrità grazie alla sua governance ibrida pubblico-privata. L’adozione di un sistema di questo tipo a livello europeo contribuirebbe a costruire un mercato unico degli appalti pubblici più efficiente, trasparente e competitivo, in grado di sostenere la ripresa economica e le sfide ambientali e industriali del prossimo decennio. •

Il team di esperti che ha guidato lo studio sulla riforma europea degli appalti pubblici. Da sinistra,Karolis Granickas, Open Contracting Partnership; Francesco Nicoli, Visiting Fellow Fondazione Csf, Politecnico di Torino; Desiderio Berdini, Chief Innovation Officer di Cqop- Soa; Manfred Hafner, Johns Hopkins University Sais-Europe
architettura
Oltre la spettacolarità: un museo che funziona
Soglie, innesti e continuità di percorso nel riallestimento del Museo archeologico nazionale di Aquileia
di Gaia Pettena
Il Museo archeologico nazionale di Aquileia conserva la collezione di reperti provenienti dagli scavi e dai ritrovamenti effettuati nella città romana a partire dal XVIII secolo. Ma Aquileia è, prima di tutto, un paesaggio culturale stratificato, dove l’archeologia non coincide con l’oggetto esposto e la musealizzazione è, inevitabilmente, anche un’operazione territoriale, capace di mettere in relazione tracce, luoghi e narrazioni. In questo contesto la sede nella villa ottocentesca Cassis Faraone si presentava come un organismo cresciuto per addizioni successive. Il percorso espositivo risultava disarticolato, frammentato tra edificio storico, galleria lapidaria e magazzini, con collegamenti discontinui che, più che accompagnare, interrompevano l’esperienza di visita. È da questa condizione che muove la lettura di Gnosis Progetti, individuando un polo di fatto “isolato”, perché la villa era percepita come corpo autonomo rispetto alle altre strutture del complesso. Il progetto comprende restauro, nuovi allestimenti e nuove dotazioni per i servizi al pubblico, ma la scelta più incisiva si caratterizza per la manovra di “ricucitura spaziale” che, attraverso la realizzazione di due nuovi innesti - uno di collegamento tra villa e galleria lapidaria e un prolungamento dei magazzini tramite un nuovo corpo di fabbrica - trasforma un insieme di parti disaggregate in una sequenza continua e omogenea, a sviluppo circolare, “sempre al chiuso” e compatibile con l’abbattimento delle barriere architettoniche. L’architettura agisce così come infrastruttura di fruizione: invece di puntare su un edificio-icona, interviene sulla struttura d’uso del museo, riorganizzando accessi, percorsi e dispositivi di funzionamento, in modo da rendere l’intero sistema più leggibile e facilmente praticabile. Questa impostazione coincide anche con le motivazioni della Menzione Speciale ai Premi IN/ARCHITETTURA 2023, che riconosce la «sapiente progettazione di spazi e percorsi», capace di connettere preesistenze e nuovi interventi, generando un «percorso fluido» e, insieme, le condizioni architettoniche per una corretta fruizione e conservazione del patrimonio. Il riconoscimento rientra nella categoria “nuova costruzione” pur a fronte di un intervento ibrido, in cui restauro e ri-adeguamento del preesistente sono parte integrante della strategia: segno che, oggi, il “nuovo” non coincide necessariamente con un volume che si impone, ma con la capacità di aggiornare un organismo complesso senza alterarne l’impianto. In un museo archeologico, infatti, la riuscita di un progetto non si misura sulla spettacolarità del “contenitore”, ma sulla capacità di proteggere e rendere intelligibile il contenuto. In questa prospettiva, l’architettura non compete con i reperti, ma mette a punto un apparato di accesso, luce, comfort, orientamento e controllo ambientale: una “macchina discreta” che rende possibile un’esperienza pubblica coerente. Le due nuove strutture sono state progettate con l’idea di «riprendere e reinterpretare i segni storici» attraverso una texture in muratura che richiama i casolari e i fienili delle campagne venete e friulane, in continuità con l’immaginario locale, utilizzando un lessico riconoscibile e mitigando così il proprio impatto nell’ambiente. Come nei capannoni rurali, dove il laterizio disegna trame geometriche con interstizi di dimensione variabile per favorire l’aerazione, allo stesso modo i due nuovi volumi adottano una maglia metallica rivestita da mattoni alternati, dichiarando la propria modernità ma allo stesso tempo uniformandosi con il contesto. Gli interni della nuova galleria di collegamento sono studiati per ottenere spazi ad alta qualità percettiva e prestazionale, in cui comfort illuminotecnico e controllo igrometrico, assunti come requisiti di progetto, restituiscono al visitatore la sensazione di un disegno curato e di una materialità di pregio. I controsoffitti in cartongesso integrano sistemi di illuminazione lineari a luce diretta e indiretta, mediata da velette laterali; i pavimenti impiegano prodotti altamente resistenti a base di cementi magnesiaci con finiture alla veneziana; le scale e le rampe di collegamento sono rifinite in pietra di Aurisina, in dialogo con i materiali di villa Cassis a cui si collegano. Ne risulta un ambiente polifunzionale, capace di accogliere estensioni del percorso museale ma anche laboratori, convegni e attività pubbliche. Nel disegno degli spazi, alcune vasche ospitano reperti archeologici, trasformando il collegamento non in un semplice passaggio, ma in un tratto continuo tra villa e gallerie. Un secondo nodo riguarda lo stato dei magazzini. Gnosis sottolinea che la loro trasformazione non punta ad ottenere un deposito “più ordinato”, ma ad ampliare l’offerta espositiva e a predisporre spazi per eventi temporanei. È una dichiarazione importante perché intercetta una tendenza museografica precisa: il deposito non più come retro invisibile, ma come parte dell’esperienza culturale, luogo di ricerca, cura e restituzione pubblica. Anche qui l’integrazione con l’esistente è determinante. Il laterizio, utilizzato come seconda pelle sospesa su cavi, si smaterializza progressivamente verso l’alto attraverso tagli verticali e un segno orizzontale sommitale che alleggerisce la copertura. In questo modo il mattone supera la semplice citazione mimetica per diventare dispositivo di controllo percettivo e climatico, dove l’innesto lavora per diaframmi e soglie, più che per massa. Nel complesso, l’intervento sul Museo di Aquileia affronta un problema reale - la frammentazione - con un’architettura che opera su un registro sottile e misurato di connessioni, rendendo il sistema museale coerente con le esigenze contemporanee di accessibilità, comfort e continuità di visita. In un luogo dove la storia è già potente, il progetto non alza la voce, ma usa materia e dettaglio come strumenti di mediazione, dichiarando una presenza non invasiva ma necessaria, che migliora la leggibilità del patrimonio e restituisce al percorso un andamento unitario, inclusivo e all’altezza dei contenuti esposti. •
CLIENTE
Mibact - Polo Museale del Friuli-Venezia Giulia
PROGETTO ARCHITETTONICO
Gnosis Progetti
REALIZZAZIONE
De Marco Srl
CRONOLOGIA
2018-2023
LUOGO
Aquileia (UD)
DIMENSIONE
1500 mq
COSTO
€ 2.376.174,12
FOTO
Marcello Merenda
azimut
La Mori Tower di Tokyo
architettura antisismica
che fa scuola nel mondo
È tra gli esempi innovativi dell’impiego delle più moderne tecnologie esistenti per rendere più sicuri gli edifici esposti al rischio di terremoti
